Cosa succede dopo una lite verbale con il datore di lavoro? Ecco la risposta

Sul lavoro è facile perdere la pazienza: ma sia che ciò avvenga con i colleghi che con il capo è facile passare dalla semplice sanzione disciplinare al licenziamento. A chiarire come stanno le cose è la Cassazione con due recenti sentenze che affrontano appunto il problema dei litigi sul lavoro.

Litigio e violenza tra colleghi

Nel caso di litigio verbale con i colleghi di lavoro, sfociato poi in una vera e propria scazzottata, la responsabilità è di chi, per primo, è passato dalle parole alle mani. Secondo la Cassazione, la giusta causa del licenziamento per chi ha litigato con i colleghi può essere stabilita solo una volta accertato chi ha iniziato per primo, in quanto una cosa è passare alle vie di fatto per difendersi dall’aggressione fisica subita dall’antagonista, altro è farlo per aggredire l’altro fisicamente.

Attaccar briga con un collega non è tanto grave quanto passare alle vie di fatto per mera difesa: in tali casi, non sussiste il licenziamento del dipendente che per difendersi dall’aggressione subita da un altro lavoratore lo colpisce, provocandone lesioni personali.

Rispostaccia al capo

Lo sfogo con il capo è ammissibile solo in un clima di forti tensioni aziendali, se il lavoratore è esasperato e se sono in atto delle contestazioni. Diversamente, negli altri casi, può scattare il licenziamento per la rispostaccia data dal dipendente al datore di lavoro. Secondo la Cassazione, non c’è giustificazione per chi inveisce nei confronti dei vertici aziendali con frasi minacciose. Oltre alle possibili implicazioni penali, c’è anche la perdita del lavoro.